Le potenti famiglie centroamericane in declino

La famiglia Castillo è ai vertici da 500 anni. Le sue origini risalgono a Bernal Díaz del Castillo, il cronista della conquista del Messico per mano dello spagnolo Hernán Cortés. L’impero spagnolo lo premiò con una encomienda su quello che oggi è il Guatemala, concedendo a Castillo il diritto di sfruttare la manodopera non cristiana. La ricchezza della famiglia esplose dopo il 1886, con la creazione della Central American brewery, che per decenni ha avuto un monopolio nazionale sulla produzione di birra. Da allora si è evoluta in due conglomerate diverse, diversificandosi nei settori del caffè, della finanza, dei parchi divertimento e dell’imbottigliamento della Pepsi.

Clan come quello dei Castillo occupano una posizione particolare nelle menti dei 33 milioni di persone che vivono nel cosiddetto Triángulo norte formato da Guatemala, El Salvador e Honduras. Da decenni i salvadoregni parlano delle “quattordici famiglie” che si dice controllino il paese. In Guatemala sono otto, in Honduras cinque. I numeri precisi sono un mito, ma le disuguaglianze e l’immobilità sociale a cui questi racconti fanno riferimento sono reali.

Basta un’occhiata ai tre paesi centroamericani per capire il successo di questi racconti. Povertà e violenza sono ovunque. Gli stati, fragili, non sono in grado di risolvere i problemi. Le ondate migratorie verso nord rappresentano una via di fuga dalla disperazione. Le aziende di famiglia sono comuni in tutti i paesi, ma sono pochi i posti in cui quelle più importanti detengono posizioni così dominanti o ispirano altrettanta diffidenza come nel Triángulo norte. Nessun’azienda di famiglia della regione è quotata in borsa. Sono per la maggior parte sistemi chiusi e nessuno sa di preciso quanto sono ricchi i proprietari.

Segnali positivi
A lungo queste famiglie hanno usato il loro potere politico non solo per guadagnare soldi, ma anche per mantenere in vita le falle del sistema grazie al quale si sono potute arricchire. Il 26 marzo Juan González, consigliere del presidente Joe Biden, ha affermato che è in parte a causa di una “élite predatoria” se così tanti centroamericani fuggono negli Stati Uniti.

Dopo aver affrontato guerre civili, dittature militari e l’avvento della democrazia, queste reti di famiglie sono tra le istituzioni più resistenti della regione. In poche vantano ricchezze e potere così antichi come i Castillo, ma oggi molti clan sono ai vertici da almeno un secolo. Eppure alcuni segnali fanno pensare che questo dominio stia finalmente cominciando a declinare.

Nel Salvador e in Guatemala il sistema coloniale ha distribuito le migliori posizioni di potere ai coloni spagnoli che vendevano i prodotti del lavoro indigeno – come indaco e argento – alla madrepatria. È stato però solo con l’arrivo del caffè, nell’ottocento, che si assistette al decollo del settore agroindustriale. Le famiglie più ricche persuasero i governi ad approvare leggi che fecero finire nelle loro mani terre che prima erano gestite in comune. Le leggi contro il “vagabondaggio” costrinsero i contadini nativi a lavorare per metà dell’anno nelle aziende agricole. Qualsiasi resistenza era severamente punita.

Nel Salvador non ci sono tasse né sulle proprietà né sulle successioni, un bel vantaggio per i ricchi

Il caso dell’Honduras è stato diverso. La sua coltura principale, all’inizio del novecento, non era il caffè ma le banane. Le esportazioni erano gestite dagli stranieri. Aziende come la United fruit company costruivano porti e strade in cambio della terra. Questo impedì l’emersione di una classe dirigente agricola interna, una situazione che gli honduregni commentano dicendo che il loro paese era “così povero da non potersi permettere nemmeno un’oligarchia”.

A metà del novecento le rivolte erano ovunque e i lavoratori honduregni nelle piantagioni di banane scioperavano. Nel 1944 il Guatemala rovesciò il suo dittatore aprendo a un decennio di sperimentazione democratica poi soppressa da un colpo di stato appoggiato dalla Cia (l’agenzia d’intelligence statunitense), che fece sprofondare il paese in 36 anni di guerra civile. Nel 1979 un gruppo di soldati salvadoregni lanciò un “colpo di stato riformista”, previa approvazione degli Stati Uniti, nel tentativo di bloccare gruppi di guerriglieri sempre più numerosi nelle campagne. Quando però il conflitto dilagò in tutto il paese, molti membri dell’élite volarono all’estero.

Con l’arrivo della pace, negli anni novanta, le economie del paesi del Triángulo norte diventarono più dinamiche. Milioni di migranti in fuga dalle guerre civili cominciarono a inviare soldi a casa. Si diffusero commercio e turismo, con centri commerciali e alberghi gestiti dalle grandi famiglie. Perfino in Honduras le famiglie dell’élite, molte immigrate dalla Palestina, guadagnarono molti soldi. Altrove le famiglie di latifondisti si legarono attraverso matrimoni con altri clan, entrando in settori diversi da quello agricolo. Poiché commercio e industria prosperano meglio in società più ricche e istruite, in questa diversificazione gli interessi delle famiglie dell’élite e quelli dei comuni centroamericani si sono allineati un po’ più che in passato.

Truccare le regole
È in corso un acceso dibattito su come considerare le grandi conglomerate di famiglia, comuni nei paesi più poveri: “Campioni o parassiti”? Creano molti posti di lavoro e pagano molte tasse, fanno notare alcuni. Molti oligarchi parlano con toni lirici del dovere morale di usare il loro potere per migliorare la vita di tutti, altri aggiungono di sentirsi ingiustamente demonizzati in una regione in cui di certo non mancano i cattivi.

Secondo altri studiosi, le conglomerate sono al tempo stesso un sintomo e una causa del malgoverno. In un paese ben governato, prosperano le aziende in grado di innovare, che tendono a specializzarsi. In paesi governati male contano le conoscenze politiche e le aziende che ne dispongono possono espandersi in vari settori non correlati tra loro. Questo lascia fuori le aziende più piccole e rallenta la nascita di una classe media.

Una volta consolidate, le grandi famiglie possono ulteriormente truccare le regole. Nel Salvador non ci sono tasse sulle proprietà né sulle successioni, un bel vantaggio per i ricchi. L’aliquota massima di imposta sul reddito in Guatemala è appena del 7 per cento, nonostante i tentativi di aumentarla.

Le opinioni degli oligarchi possono ancora influire su questioni importanti. Il colpo di stato militare del 2009 in Honduras ha avuto la benedizione della maggior parte delle famiglie più importanti. Per anni la Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala (Cicig), un organismo anticorruzione sostenuto dalle Nazioni Unite, ha documentato il malcostume del governo e l’aggressività dell’esercito. Quando però ha cominciato a indagare sulle donazioni non dichiarate in occasione delle campagne elettorali, le grandi famiglie si sono opposte con forza. La commissione è stata smantellata nel 2019.

Tra le grandi famiglie ci sono delle differenze. Le dinastie industriali che si sono arricchite da poco sono più aperte ai cambiamenti rispetto ai vecchi clan del caffè. Quelle i cui affari dipendono dalla cooperazione con il governo, come nel caso delle compagnie aeree o dell’edilizia, cercano di saltare sul carro di qualsiasi presidente. Gli oligarchi di un paese in particolare hanno fama di essere a favore di un conservatorismo populista: “I nostri uomini d’affari sembrano degli appassionati di yoga di San Francisco se paragonati a quelli guatemaltechi”, dice un salvadoregno.

Molte aziende di famiglia si sono arricchite grazie al protezionismo: finché i governi hanno sbarrato le porte alla concorrenza straniera, potevano far pagare prezzi più alti ai consumatori locali. L’arrivo della globalizzazione però non le ha danneggiate quanto ci si aspettava. Le aziende straniere hanno bisogno di partner locali, e gli oligarchi hanno le conoscenze giuste. Marchi come Burger King, Hilton e Zara fanno gestire i punti vendita alle famiglie locali. Altre famiglie, soprattutto nel Salvador, hanno venduto alle multinazionali banche, supermercati, birrifici e tabacchifici. Con i soldi ricavati si sono diversificate ancora di più.

La successione, però, può essere un problema. Figli nati negli agi avranno meno incentivi a lavorare sodo. Le lotte per il potere si fanno più intricate a mano a mano che l’albero genealogico si estende e cognati e cugini si gettano nella mischia. Come spiega un uomo d’affari nella sua villa, oggi la maggioranza delle famiglie si affida a consulenti per gestire la transizione generazionale. Nel giorno del loro sedicesimo compleanno i suoi figli hanno sottoscritto un codice di condotta di famiglia con cui s’impegnano a comportarsi bene e a perseguire l’indipendenza economica. Non entreranno nell’azienda di famiglia se prima non avranno preso due lauree e lavorato per cinque anni in un’altra azienda.

Anche l’avvento della democrazia e la diffusione della criminalità organizzata hanno complicato la vita degli oligarchi. In Guatemala il controllo dello stato è stato assunto da una rete rivale di generali, criminali e politici loschi. Le vecchie aziende di famiglia con una reputazione da difendere non solo devono evitare di avere rapporti con questo sottobosco, ma finiscono per esserne sconfitte nella corsa al potere. In un rapporto del 2015, la Cicig stimava che i tre quarti delle donazioni in campagna elettorale erano legati a casi di corruzione e al traffico di droga. Nessun candidato “favorevole agli affari” ha superato il ballottaggio per le presidenziali dopo Óscar Berger, che vinse nel 2003. Nello stesso modo dal 2005 a oggi nel Salvador il presidente favorito dal settore privato ha perso tutte le elezioni. In Honduras, invece, un sistema bipartitico vecchio di un secolo ha prodotto una classe politica forte con dinastie autonome che non hanno lasciato spazio alle famiglie del mondo degli affari. Ma è aumentata l’influenza dei baroni della droga, soprattutto dopo il colpo di stato del 2009. La maggior parte delle vecchie famiglie del mondo degli affari si sono tenute alla larga dai soldi della droga. Lo stesso non si può dire di alcuni politici del paese.

L’élite salvadoregna è sotto assedio, forse perché il partito Alianza republicana nacionalista (Arena), la sua casa spirituale, continua a perdere un’elezione dopo l’altra. Presidenti di sinistra hanno governato dal 2009 al 2019; poi è arrivato Nayib Bukele, un populista millennial ricco, ma che non appartiene alla vecchia élite. Bukele ha accentrato il potere e si è alleato con un pugno di famiglie potenti, demonizzando tutte le altre.

Per i presidenti dell’America Centrale oggi è più facile che mai opporsi alle grandi famiglie, per esempio hanno imposto lockdown dolorosi sul piano economico per contrastare il covid-19 senza particolari conseguenze. Bukele, che a febbraio ha conquistato il controllo del parlamento, vuole approvare leggi invise al settore privato su questioni come le pensioni, l’acqua e forse il fisco.

A mano a mano che le grandi famiglie perdono influenza, potrebbero apprezzare i benefici di una gestione politica più onesta. “Nessuno si fida di nessuno e nessuno sembra avere legittimità”, dice un rampollo salvadoregno da uno dei balconi di famiglia. In una regione segnata dalla corruzione e dalla demagogia, l’impresa di costruire uno stato imparziale ha bisogno di tutto il sostegno possibile, perfino quello degli oligarchi.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Fonte articolo: Internazionale, 9/04/21 da The Economist, Regno Unito

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