In El Salvador una donna condannata a 50 anni di carcere per un aborto

Per la prima volta in El Salvador è stata applicata la sanzione estrema, l’allarme di ‘Women’s march Rome’: “Un diritto a rischio anche in Occidente“

Dopo il caso della bambina di 11 anni costretta dai giudici a portare avanti una gravidanza dopo essere stata violentata in Brasile, in El Salvador una donna è stata condannata a 50 anni di reclusione per aver abortito. Si tratta della prima volta che veniva applicata la sanzione massima. I gruppi pro-aborto si sono impegnati a presentare ricorso contro la sentenza  Non è la prima volta che la giustizia salvadoregna condanna una donna al carcere dopo aver subito un aborto spontaneo. Ma questa è la prima volta che viene applicata la pena massima – cinquant’anni.

Lesly, 21 anni, è stata condannata il 29 giugno per “omicidio aggravato” dopo essere stata vittima di un’emergenza ostetrica, ha annunciato lunedì 4 luglio il Collettivo di cittadini per la depenalizzazione dell’aborto, che l’ha difesa in tribunale.
“Lesly è una povera donna di un villaggio rurale nell’est del paese – spiega Angelina Montoya su Le Monde – . La sua casa, dove vive con i suoi sei fratelli, non ha accesso all’acqua potabile o all’elettricità. Lesly non è andata oltre la scuola primaria. Nel giugno 2020, mentre era a casa, ha sentito il bisogno di andare in bagno, una semplice latrina, appunto. “Non sapeva nemmeno di essere incinta, era la sua prima gravidanza, e in realtà era il travaglio che stava iniziando”, spiega a World Abigail Cortez, avvocato del Citizen Collective. “Sentivo che qualcosa stava venendo fuori”, ha detto la giovane donna, che all’epoca aveva 19 anni.
La famiglia ha chiamato i servizi di emergenza, che hanno portata la donna in ospedale, dove ha dovuto ricevere tre trasfusioni di sangue. Quindi è scattata la denincia alla polizia e la protagonista dell’assurda vicenda è stata trasferita in prigione con l’accusa di “omicidio aggravato”. Secondo l’accusa, la giovane ha nascosto la gravidanza alla famiglia e ha ucciso con un coltello il bambino – co la gravidanza portata quasi a termine – prima di “abbandonarlo nel cortile di casa”.

“Il giudice ha rifiutato di considerare le prove che attestavano la sua innocenza, critica Abigail Cortez. Ad esempio, ha rifiutato il rapporto sociale che mostrava che Lesly è stata vittima di violenze di genere da parte della sua famiglia sin da quando era bambina. Ha anche rifiutato che fosse effettuata una perizia psicologica. L’accusa non cerca di trovare la verità, ma di condannare le donne.”
Il 29 giugno il tribunale di San Miguel (nell’est del Paese) ha condannato Lesly a cinquant’anni di reclusione, la pena massima, per “omicidio aggravato”: “Le madri sono la fonte di protezione dei figli in ogni circostanza della vita, e tu non lo eri”, lo rimproverò il giudice.
“Non è raro, in questo piccolo Paese centroamericano che dal 1988 ha sanzionato qualunque tipo di aborto, che le donne vittime di emergenze ostetriche siano accusate di aver effettivamente voluto liberarsi del proprio figlio – riposta Angelina Montoya su Le Monde – . Non vengono poi condannate all’aborto – la cui pena massima è di otto anni di reclusione – ma per omicidio. Secondo il Citizen Collective, sono state 181 tra il 1988 e il 2019. L’ultima è stata condannata il 9 maggio a trent’anni di carcere“.

Nove sono attualmente dietro le sbarre per questo motivo, di cui sei in attesa di giudizio. Nel novembre 2021, la Corte interamericana dei diritti umani (IACHR) ha tuttavia costretto El Salvador a smettere di criminalizzare le donne vittime di emergenze ostetriche. La sentenza, che dovrebbe costituire un precedente in tutto il continente americano – Stati Uniti compresi – riguardava Manuela, condannata a trent’anni di carcere per omicidio nel 2008 dopo un aborto spontaneo, e morta di cancro due anni dopo, ammanettata al suo letto.

“Lo Stato salvadoregno perseguita le donne povere”

“Mi fa male il cuore, perché abbiamo cercato di chiudere la pagina della triste storia di El Salvador che condanna ingiustamente le povere donne per emergenze ostetriche, ma lo Stato salvadoregno, ancora una volta, sta perseguitando le donne che non avevano il diritto o le condizioni per difendersi”, si rammarica in un comunicato, Morena Herrera, presidente del Citizen Collective, che prevede di appellarsi contro la condanna.
Nella regione, altri cinque Paesi vietano completamente l’aborto, anche in caso di pericolo per la vita della donna incinta: Nicaragua, Honduras, Repubblica Dominicana, Haiti e Suriname.

Dopo la manifestazione a Roma del 7 luglio scorso, la fondatrice di Women’s march Rome Jillian Taft ha commentato la recente decisione della Corte suprema degli Stati Uniti di abolire il diritto costituzionalmente riconosciuto di interrompere la gravidanza. Taft, residente in Italia da vari anni e con doppia cittadinanza statunitense-italiana, è tra le fondatrici della sezione romana di Women’s march, un movimento nato all’indomani dell’elezione del presidente Donald Trump: “Una donna lanciò la proposta di un corteo contro Trump– ricorda Taft- perché sembrava assurdo che un uomo misogino, sessista e privo di qualità fosse stato scelto per andare alla Casa Bianca. Aderirono così tante persone che da quell’iniziativa nacque un’organizzazione”.

Il movimento si è esteso in vari paesi e ovunque propugna gli stessi obiettivi: “I diritti delle donne e della comunità Lgbtqi+, dando voce a tutti senza distinzione di razza, classe sociale o nazionalità. Protiamo avanti poi le battaglie specifiche dei paesi in cui siamo”. In Italia, in tema di aborto, secondo Taft il problema “è la mancanza di informazione per le donne che intendono abortire e la presenza di medici obiettori. Quelli non obiettori devono fare il massimo per garantire a tutti questa pratica”. Se però il diritto ad abortire legalmente è stato messo a rischio negli Stati Uniti, tra le principali democrazie del mondo, per Taft esiste “il rischio concreto che altri Paesi occidentali ne seguano l’esempio. Nel mondo di oggi- prosegue- ci sono vari autocrati al potere: lo vediamo con Putin in Russia, Lukashenko in Bielorussia, ma soprattutto Orban in Ungheria e quest’ultimo- continua Taft- è un caso emblematico perché si tratta di un Paese europeo e membro dell’Ue, che pure ha scelto un leader come Viktor Orban”. Un altro esempio è dato dalla Polonia, “che ha criminalizzato l’aborto e oggi accoglie la maggior parte dei rifugiati ucraini, che sono per lo più donne”.

La fondatrice di Women’s march Rome chiama in causa anche l’America Latina, dove ogni anno 760.000 donne vanno incontro a complicanze mediche per aver fatto ricorso ad aborti clandestini, stando a uno studio del Guttmacher Institute. “In molti paesi come Honduras, Ecuador, El Salvador o Guatemala la vita è così complessa a causa della criminalità organizzata o delle violenze legate al narcotraffico che il diritto all’aborto è quasi secondorio, e i movimenti sociali devono agire nell’ombra” dice Taft. Eppure di recente, proprio in Paesi come Colombia e Argentina “dopo decenni di lotte si è finalmente raggiunto per legge questo diritto”, oppure il Cile, dove “è stato inserito nella Costituzione. Ora i movimenti latino-americani dovranno guardare a quei paesi- avverte l’attivista- e non più agli Stati Uniti, come modello di riferimento. La strada verso le leggi è lunga e bisogna essere perseveranti”.

L’appello

L’appello dunque da Roma “è rivolto ai politici progressisti: ogni Costituzione liberale deve prevedere l’aborto per le donne, gli uomini trans dotati di utero e le persone non binarie. Va riconosciuto il diritto all’autodeterminazione, a compiere scelte riproduttive per il proprio futuro”. Perché il rischio, sostiene Taft ripensando al proprio paese, “è compromettere la vita delle giovani e delle donne. Negli Stati Uniti il congedo per maternità dura al massimo due settimane. Le visite mediche e poi il parto sono costosi così come l’asilo nido. Avere un figlio insomma implica avere dei soldi, ecco perché tante pianificano la vita in modo diverso”. E l’uomo? “La legge americana prevede l’obbligo per il padre di contribuire alle spese- dice l’attivista- ma se il minore non è riconosciuto, la donna dovrebbe denunciare il partner e portarlo in tribunale, e anche questo implica costi elevati. Quindi spesso ci rinuncia”.

Aborto: “Un diritto a rischio anche in Occidente“

La strada verso le leggi è lunga e bisogna essere perseveranti”. L’appello dunque da Roma “è rivolto ai politici progressisti: ogni Costituzione liberale deve prevedere l’aborto per le donne, gli uomini trans dotati di utero e le persone non binarie. Va riconosciuto il diritto all’autodeterminazione, a compiere scelte riproduttive per il proprio futuro”. Perché il rischio, sostiene Taft ripensando al proprio Paese, “è compromettere la vita delle giovani e delle donne. Negli Stati Uniti il congedo per maternità dura al massimo due settimane. Le visite mediche e poi il parto sono costosi così come l’asilo nido. Avere un figlio insomma implica avere dei soldi, ecco perché tante pianificano la vita in modo diverso”.

I Paesi che proibiscono completamente l’aborto sono 26, tra cui El Salvador, Nicaragua e la Repubblica Dominicana in America Latina, Repubblica Democratica del Congo e Senegal in Africa, Iraq e Filippine in Asia e Medio Oriente e, in ultimo, Malta e San Marino nell’area europea. Circa 39 Paesi consentono il ricorso all’aborto solo a condizione che sia necessario per salvare la vita della madre, mentre 56 Stati lo permettono unicamente per preservare la salute fisica e mentale della madre. 14 i Paesi in cui l’aborto è possibile su basi sociali ed economiche (cioè in cui il ricorso all’aborto è valutato rispetto all’impatto che una gravidanza avrebbe sulla madre per le condizioni sociali ed economiche e dell’ambiente in cui vive). In questa categoria c’è l’India, per esempio, che nel 2020 ha approvato una norma che consente l’interruzione di gravidanza per feti fino alle dodici settimane di età ma solo con il parere di un medico sui possibili rischi per la salute della madre o del futuro nascituro. Sono 67, infine, i Paesi in cui l’interruzione volontaria di gravidanza è possibile su richiesta della donna, fatto salvo il limite massimo per la pratica dell’aborto comunemente fissato a dodici settimane.

Fonti: Articolo del 10/07/22 di Luce! Foto di Voci Globali

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