Il crollo della democrazia in America Latina

Enrique, un avvocato (il nome è di fantasia), ha lavorato per le autorità di El Salvador per più di un decennio, passando dalla consulenza a un comune locale a un impiego nel ministero dei trasporti. Nonostante le sue perplessità sulla corruzione politica, ha lavorato con i due partiti che hanno dominato il paese dalla fine della guerra civile nel 1992. Ma poco dopo che Nayib Bukele, il presidente, è salito al potere nel 2019, Enrique è tornato all’avvocatura privata. “Questo governo è peggio: attacca chiunque non aderisca alla sua posizione e gli abusi di potere sono incontrollati”, dice. “Non esiste stato di diritto”.

Bukele, un populista di quarant’anni, sta minacciando la fragile democrazia costruita in El Salvador in trent’anni di pace. Poco dopo essere salito al potere, è entrato in parlamento accompagnato da soldati armati, per costringere i deputati ad approvare un prestito necessario a comprare strumentazioni per la polizia e l’esercito. A maggio il parlamento salvadoregno, ormai controllato dal partito di Bukele, ha licenziato il procuratore generale e tutti e cinque i giudici della camera costituzionale della corte suprema, sostituendoli con altri a lui fedeli. A giugno ha smantellato il Cicies, una commissione anticorruzione. Ha espulso dal paese un giornalista di El Faro, un sito d’informazione indipendente, e ha proposto cambiamenti radicali alla costituzione, compreso uno che estenderebbe di un anno il mandato del presidente.

I sistemi cedono
El Salvador è un esempio lampante di regressione democratica. Nell’indice di democrazia dell’anno scorso compilato dall’Economist intelligence unit, un’azienda sorella dell’Economist, è stato retrocesso da “democrazia imperfetta” a “regime ibrido”, vale a dire semiautoritario. Anche i paesi vicini sono in difficoltà. Anche se l’America Latina è diventata globalmente più democratica negli anni ottanta e abbia retto abbastanza bene negli ultimi anni (con notevoli eccezioni, come il Venezuela), l’America Centrale non ha fatto lo stesso. In quattro dei suoi sette paesi – El Salvador, Honduras e Guatemala, conosciuti come il “triangolo del nord”, e in Nicaragua – i sistemi stanno cedendo. È un fatto importante per chi ci vive, ma che riguarda anche gli Stati Uniti.

La pandemia ha fornito un pretesto per ridurre le libertà civili in nome della salute pubblica

Ogni paese centroamericano è diverso dagli altri e ha i suoi problemi specifici. Ma tutti hanno delle cose in comune. Sono stati a lungo dominati da piccole ma potenti élite politiche ed economiche che non favoriscono per forza la democrazia. Le istituzioni sono giovani, deboli o connotate politicamente. Le economie tendono a funzionare meglio per chi sta in alto. E la corruzione è comune.

Il malgoverno ha portato all’insicurezza, alla stagnazione economica e a servizi pubblici scadenti. Le istituzioni che dovrebbero sostenere lo stato di diritto, come tribunali e organismi non partitici, sono state cooptate dalla politica o smantellate, permettendo alla corruzione di aumentare. E a questi problemi si è aggiunta la pandemia. La regione “è precipitata” nel 2020, dice Dan Restrepo, un ex consigliere di Barack Obama che oggi è al Centre for american progress, un centro studi di Washington. La pandemia ha fornito un pretesto per ridurre le libertà civili in nome della salute pubblica.

Ricadute sugli Stati Uniti
In Guatemala le cose sono andate di male in peggio nel 2019 quando è stato sciolto la Cicig, la commissione internazionale contro l’impunità, un organismo indipendente. La Cicig aveva indagato sulle pessime pratiche del governo e sugli abusi di potere commessi dall’esercito, che ha governato il paese fino al 1996. Negli ultimi due anni i militari, i funzionari corrotti e i criminali sono diventati più potenti, dice Carmen Rosa de León, che dirige l’Istituto per lo sviluppo sostenibile, un centro studi guatemalteco. Le speranze degli Stati Uniti che il paese possa essere il suo principale alleato nel triangolo del nord stanno evaporando, mentre il governo del presidente Alejandro Giammattei attacca il sistema giudiziario. Il 23 luglio Juan Franciso Sandoval, il procuratore anticorruzione, è stato licenziato per accuse di abuso di potere. Sandoval, che è fuggito dal paese, ha detto di essere stato licenziato perché stava indagando su funzionari di alto livello. Il denaro della droga ha cominciato a penetrare anche nelle istituzioni. L’organizzazione di De León ha rilevato collegamenti tra 38 deputati e trafficanti di droga.

Anche in Honduras la principale preoccupazione è costituita dalla criminalità dello stato. I baroni della droga sembrano essersi infiltrati in ogni livello della politica. Juan Orlando Hernández, il presidente, è stato chiamato in causa in almeno tre processi intentati contro i narcotrafficanti, compreso uno lo scorso maggio, in cui suo fratello è stato condannato all’ergastolo. È improbabile che le elezioni di novembre possano cambiare la situazione. Yani Rosenthal, uno dei principali candidati alla presidenza, ha scontato tre anni in un carcere negli Stati Uniti per riciclaggio di denaro.

Joe Biden ha fatto dell’America Centrale una priorità di politica estera

In Nicaragua l’autoritario presidente Daniel Ortega agisce con crescente impunità. Negli ultimi quattro mesi sono stati arrestati sette candidati alla presidenza, oltre a numerosi intellettuali ed ex ministri. Il 6 agosto il consiglio elettorale del Nicaragua ha invalidato la candidatura del principale partito di opposizione, Cittadini per la libertà. Da dicembre le ong dovranno registrarsi come “agenti stranieri”. La polizia ha anche fatto irruzione negli uffici della Prensa, il più antico giornale del paese. Non c’è “alcuna traccia di democrazia”, dice un imprenditore nicaraguense.

Serve un sacco di coraggio
In pochi, tra la popolazione di questi paesi, pensano di poter cambiare le cose attraverso elezioni o proteste. Molti pensano che la loro unica opzione sia andarsene. A luglio le autorità di frontiera statunitensi hanno fermato 213mila migranti senza documenti al confine meridionale, il maggior numero in un mese dal 2000. Circa il 44 per cento proveniva dai paesi dei triangolo del nord. Ma queste cifre non danno un’idea del problema. Un numero molto più alto di persone in fuga trascorre del tempo in Messico, prima di tentare di trasferirsi più a nord, mentre molti nicaraguensi vanno a sud in Costa Rica.

Il presidente Joe Biden ha fatto dell’America Centrale, specialmente il triangolo del nord, una priorità di politica estera (i funzionari temono di poter fare poco per il Nicaragua). Invece di rafforzare semplicemente il confine, l’amministrazione vuole affrontare la regressione democratica e i suoi effetti.

Questo è più facile a dirsi che a farsi. Gli Stati Uniti hanno alcuni strumenti diplomatici a loro disposizione, come il divieto di visto per le élite al potere. Il mese scorso il dipartimento di stato ha pubblicato una lista di più di cinquanta funzionari, in carica o del passato, accusati di corruzione o di minare la democrazia in Guatemala, Honduras ed El Salvador. Non potranno viaggiare negli Stati Uniti e potrebbero subire ulteriori sanzioni (allo stesso modo per i nicaraguensi legati al regime è stato emesso un divieto di visto). Il dipartimento della giustizia dice che lancerà una task-force per indagare sulla corruzione e il traffico di esseri umani nella regione.

Rafforzare da lontano il buon governo, la sicurezza e la prosperità in Guatemala, El Salvador e Honduras sarà molto più difficile. Alcuni programmi di riduzione della violenza possono aver avuto un certo successo negli ultimi decenni. Ma anche le valutazioni dell’agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (Usaid) ammettono che i tentativi d’aiuto, in passato, hanno avuto poco effetto.

I funzionari statunitensi affermano di aver imparato dagli errori. Oggi il loro obiettivo principale è migliorare la prosperità, lavorando con il settore privato in ogni paese. Per esempio, stanno cercando di convincere le imprese locali a fornire più posti di lavoro. Vogliono anche che facciano pressione per cambiamenti politici, come l’introduzione di accordi tra settore pubblico e privato, ben regolamentati, in progetti infrastrutturali. Oggi questo genere di progetti è gestito interamente dallo stato e si presta molto alla corruzione.

Restrepo dice che gli sforzi degli Stati Uniti devono essere più “dirompenti”. Questo potrebbe avvenire creando un mercato parallelo per i settori vincolati, come lo zucchero. I produttori potrebbero così vendere le merci direttamente agli Stati Uniti, senza dover passare da cartelli locali. Questo lavoro, spiega, “richiede un sacco di coraggio”. Biden e la sua squadra potrebbero non averne abbastanza.

Fonte articolo: The economist 9/9/21 (traduzione di F.Ferrone in Internazionale). Foto geopolitica.info