La diga in Etiopia. Le prime polemiche

Poche ore dopo che l’Etiopia ha iniziato la prima fase di produzione di energia elettrica dalla grande diga africana, altresì nota come Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), l’Egitto ha accusato Addis Abeba di aver violato un accordo preliminare siglato nel 2015, che vieta azioni unilaterali in materia di utilizzo delle acque del Nilo.

In particolare, in un breve comunicato diffuso dal Ministero degli Affari Esteri, il 20 febbraio stesso, l’Egitto ha affermato che l’inizio delle attività di produzione di energia elettrica rappresentano un’ulteriore mossa “unilaterale” da parte etiope, che fa seguito ai due riempimenti della diga, anch’essi effettuati da Addis Abeba unilateralmente nel 2020 e nel 2021. A detta del Cairo, tali azioni costituiscono una violazione della “Dichiarazione dei principi” firmata, a marzo 2015, da Egitto, Etiopia e Sudan, i tre Paesi interessati al progetto multimiliardario. In base a tale intesa, Il Cairo e Khartoum avevano concesso ad Addis Abeba di costruire l’infrastruttura della grande diga, in cambio dell’impegno etiope a non causare alcun danno ai Paesi a valle. Stando a quanto stabilito dalla dichiarazione, articolata in dieci punti, i tre Paesi sono obbligati ad adottare tutte le procedure necessarie a scongiurare danni significativi durante lo sfruttamento delle acque del Nilo Azzurro e, in caso ciò avvenga, a mitigarli o eliminarli, previa consultazione con gli altri firmatari.

La dichiarazione si inserisce nel quadro di una disputa regionale scoppiata nel 2011, che ha portato Etiopia, Egitto e Sudan ad intraprendere diversi cicli di negoziati, tenuti sotto l’egida dell’Unione Africana. Questi, tuttavia, non hanno mai portato al raggiungimento di un compromesso sulle misure di riempimento e funzionamento della grande diga. Mentre Addis Abeba ritiene che il progetto renderà la nazione un punto di riferimento per la produzione di energia in Africa, favorendo lo sviluppo economico del Paese e di tutta la regione, Il Cairo e Khartoum temono che la diga possa limitare il proprio rifornimento idrico dalle acque del fiume Nilo, da cui dipende gran parte del proprio fabbisogno. L’Egitto, nello specifico, dipende dal Nilo per il 97% della sua irrigazione e acqua potabile e, pertanto, considera la GERD una minaccia esistenziale. Parallelamente, il Sudan, sebbene speri che il progetto regoli le inondazioni annuali, teme che le sue stesse dighe possano essere danneggiate senza un accordo sull’operatività della GERD.

L’Etiopia, dal canto suo, dopo aver effettuato due riempimenti del bacino da una capacità totale di 74 miliardi di metri cubi, il 20 febbraio, ha avviato ufficialmente la produzione di energia elettrica. A fronte delle accuse mosse dal Cairo, il premier etiope, Abiy Ahmed, ha ribadito che non è sua intenzione danneggiare, in alcun modo, Egitto e Sudan, con cui l’Etiopia intrattiene relazioni basate “sui principi di fratellanza”. A detta di Ahmed, le acque del Nilo continueranno a fluire verso l’Egitto e il Sudan, e non vi sarà alcuna conseguenza negativa per i due Paesi, i quali, al contrario, potranno anch’essi trarre beneficio dal progetto multimiliardario. Per Addis Abeba, poi, le operazioni effettuate sinora sono in linea con la Dichiarazione del 2015 e la diga dovrebbe essere motivo di cooperazione e non di conflitto. Il primo ministro, alla cerimonia di inaugurazione del 20 febbraio, ha poi dichiarato che l’Etiopia desidera non solo produrre e utilizzare energia a beneficio dei Paesi vicini, ma altresì esportare energia verso l’Europa, al fine di ridurre le emissioni di gas serra.

Secondo quanto riportato da fonti etiopi, la prima turbina entrata in funzione il 20 febbraio genera 375 megawatt, mentre anche una seconda turbina è in fase di preparazione. Un volta che i lavori di costruzione della diga saranno completati, la GERD genererà 5.250 megawatt di elettricità, raddoppiando, in tal modo, la capacità di produzione dell’Etiopia. Tuttavia, il project manager della diga, Kifle Horo, ha specificato che saranno necessari da due anni e mezzo a tre per ultimare l’intero progetto, dal valore di 4,2 miliardi di dollari.

Poco prima del comunicato del Ministero degli esteri del Cairo, un funzionario egiziano, in condizioni di anonimato, ha rivelato al quotidiano panarabo al-Araby al-Jadeed che l’Egitto si è mobilitato per trovare soluzioni. In particolare, la fonte ha fatto riferimento al sesto vertice africano-europeo, svoltosi il 17 e 18 febbraio scorso, durante il quale il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, avrebbe presentato il dossier “GERD”, chiedendo “l’applicazione dei principi del diritto internazionale in materia di fiumi transfrontalieri” ed evidenziando la necessità di trovare “un chiaro accordo vincolante su tutte le clausole e i casi riguardanti la diga, comprese le fasi di riempimento e funzionamento, in linea con gli interessi degli Stati e la vita dei popoli”. Tuttavia, diversi esperti ritengono che, al momento, l’attenzione dell’Occidente e soprattutto degli Stati Uniti, su cui l’Egitto aveva precedentemente fatto affidamento per trovare una soluzione, sia diretta alla crisi ucraina, il che rende marginale la questione della diga africana. Inoltre, secondo alcuni, il capo della Casa Bianca, Joe Biden, diversamente dal suo predecessore, sembra avere una posizione più neutrale sulla disputa.

Fonte articolo: 21/02/22 Sicurezza Internazionale Foto: Nova news

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