In Etiopia forse un accordo di pace

Nella regione degli Afar è in corso una crescente e mortale crisi nutrizionale. In quest’area centinaia di migliaia di persone in fuga dal recente conflitto con le forze del TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray uscito dal governo nazionale nel 2020 per “divergenze” inconciliabili con il Primo Ministro Abiy Ahmed) si sono ritrovate, insieme alle comunità ospitanti, alle prese con siccità, fame e mancanza di accesso all’assistenza sanitaria e all’acqua potabile.

L’unico ospedale funzionante è il Dupti Hospital che serve oltre 1 milione di persone, tra cui centinaia di migliaia di sfollati tra cui bambini gravemente malnutriti. I tassi di mortalità dei pazienti sono incredibilmente alti, in alcune settimane superano il 20%.

Una situazione sempre più drammatica in un’area che da oltre un anno è al centro di una guerra tra il governo centrale e l’esercito del TPLF. Una guerra finita anche sotto la lente di ingrandimento dell’ Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR).

Scambi di accuse sulla lesione di diritti umani, stupri, vendette. Tutto riportato dai vari rapporti di Amnesty International.

Il rapporto parziale tra Commissione dei Diritti Umani Etiope e ONU ha sottolineato che:

“Tutte le parti hanno commesso violazioni dei diritti umani internazionali, del diritto umanitario e dei rifugiati, alcune delle quali possono equivalere a crimini di guerra e crimini contro umanità.”

Ma uno spiraglio sembra aprirsi: in queste ore il Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf) ha riferito di essere pronto a inviare una delegazione per negoziare un accordo di pace con il governo federale dell’Etiopia. La comunicazione è stata affidata a un lettera firmata dal capo del partito, Debretsion Gebremichael, all’indomani di un annuncio di segno analogo giunto da Addis Abeba dal primo ministro Abiy Ahmed. Nel testo diffuso dal Tplf si evidenzia che ai colloqui non vengono poste precondizioni e che a mediare le trattative sarà il governo del Kenya. Il conflitto armato in Etiopia ha coinvolto diverse regioni, non solo lo Stato del Tigray al confine con l’Eritrea ma anche quelli di Afar e di Amhara.
Ed è proprio sulla possibilità di un negoziato di pace e sulla situazione alimentare in Etiopia e nelle zona di guerra che Rainews.it ha intervistato l’Ambasciatrice etiope a Roma S.E. Demitu Hambisa Bonsa che è anche rappresentante permanente del suo paese presso la FAO, il Programma Alimentare Mondiale e presso l’IFAD.

L’ambasciatrice subito ci dice che “il governo etiope è sempre stato pronto a sedersi al tavolo e far tacere i fucili. Bisogna mettere fine alla guerra. Quando ci si siede ad una tavolo alla fine una soluzione si trova”.

D.- La situazione in Tigray rimane difficile anche e soprattutto per quanto riguarda gli aiuti umanitari che per mesi sono stati bloccati proprio dal conflitto in corso.

R.- Gli aiuti sono stati spesso bloccati proprio dalle milizie del TPLF che hanno dirottato razioni di cibo e medicine ai loro combattenti lasciando quindi i civili senza. Stanno per essere consegnati aiuti umanitari (cibo, forniture nutrizionali, articoli non alimentari, medicine e vaccini). Finora possiamo dire che l’assistenza alla regione del Tigray ha visto l’invio di 300 camion che hanno trasportato cibo e supporti umanitari vari tra il 23 e il 27 maggio. Da aprile il totale dei camion è pari a 878. Fino ad aprile sono stati distribuiti 25,220 tonnellate di cibo. Ma c’è un fatto il 63% dei camion usati non sono tornati indietro e probabilmente usati per attività sovversive e questo complica l’affitto da privati di altri camion.

D.- Medici Senza Frontiere parla di una crisi mortale e nutrizionale di rilevante importanza

R.- Si è una situazione di grande difficoltà. In Etiopia, su una popolazione di circa 120 milioni di persone, oltre 20 milioni soffrono per la carenza alimentare e di questi 5,6 sono nel nord del paese, cioè nell’aree della guerra ed è per questo che è importante arrivare alla pace. Nel nostro paese ci sono solo 3 mesi di pioggia ma in questo periodo stiamo vivendo la peggiore siccità da 40 anni a questa parte che ha bruciato le riserve economiche, decimato il bestiame, riducendo drasticamente la disponibilità di cibo per milioni di persone. Ci vogliono progetti che ci permettano la raccolta delle acque per esempio come progetti sull’agro trasformazione e la FAO come la Cooperazione italiana stanno lavorando in questo campo.

D.- L’Etiopia è anche un paese di emigrazione ed un’area di passaggio di flussi migratori

R.- Sicuramente una gran parte dei flussi sono dovuti al cambiamento climatico e alle grandi siccità che stanno provocando morte e malattie in tutto il Corno d’Africa (Somalia Etiopia e Kenya). Ma anche le guerre, la presenza di gruppi jiadhisti ai nostri confini, anche se noi li combattiamo, spingono migliaia di persone a fuggire dai propri territori

D.- Cosa pensa del fenomeno delle cosiddette “nuove schiave” vendute da boss criminali a facoltose famiglie libanesi. Qatarine o degli Emirati Arabi private di ogni libertà a cui viene anche sequestrato il passaporto?

R.- Un fenomeno da combattere ci stiamo provando

D.- L’Etiopia è un paese con molte risorse naturali, con una popolazione molto giovane con una età media molto bassa, e che sta cercando di attrarre nuovi investimenti. In molti casi però le aziende straniere offrono salari molto bassi qualcuno dice che si sceglie “L’ Etiopia perché ha salari più bassi del Bangladesh”

R.-Si è vero è un problema quello dei salari e dobbiamo lavorare su questo ma è anche vero che dobbiamo incentivare la presenza di partner stranieri ed arrivare ad una situazione in cui ci sia un bilanciamento tra ciò che offre il partner e ciò che offriamo noi ( risorse umane e del territorio) per un rapporto alla pari.

D.- Tornando al periodo della guerra si è parlato di stupri, violenze. Molte accuse vengono mosse al governo etiope

R.- Il governo etiope si è sempre reso disponibile alle investigazioni sui vari casi e ad accertare le responsabilità e ha dimostrato di voler aprire prontamente delle investigazioni nazionali, con standard internazionali. Si è dato vita anche ad una collaborazione tra l’ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e la commissione etiope per i diritti umani (EHCR) proprio per stabilire le violazioni accadute nel Tigray e alla fine il governo ha costituito una task force interministeriale. Il nostro governo è anche pronto ad una nuova inchiesta sugli eventi avvenuti dopo giugno 2021 che non sono stati coperti dalla prima di OHCHR e EHCR. Insomma noi siamo pronti ed aperti alla verifica dei fatti.

Una verifica dei fatti che speriamo avvenga anche grazie ad un accordo di pace che metta fine ad una guerra civile che ha ancor di più stremato una popolazione già colpita da carestia e siccità.

Fonti: Articolo di Rainews del 16/06/22. Foto di First online

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