Il Myanmar sfruttato dalla Cina

Era noto che la Repubblica Popolare Cinese ha appoggiato il golpe che, nel 2021, riportò al potere l’esercito nel Myanmar, la ex Birmania ai tempi dell’impero britannico. Pechino ha svolto un ruolo molto attivo, aiutando la giunta militare a reprimere le dimostrazioni di piazza dopo la vittoria elettorale legittima della “Lega nazionale per la democrazia”, il partito della Premio Nobel per la Pace, la 76enne Aung San Suu Kyi. Quest’ultima è stata recentemente incarcerata per l’ennesima volta.

Molti analisti internazionali accusano la Cina di praticare una politica “predatoria” nel “Paese delle Mille pagode” per motivi prettamente economici e commerciali. Il Myanmar è infatti ricchissimo di materie prime, e soprattutto delle cosiddette “terre rare” da cui provengono i minerali indispensabili per la costruzione degli apparati elettronici.

Il capo della giunta militare golpista, il generale Min Aung Hlaing, ha in pratica concesso carta bianca ai cinesi affinché procedano all’estrazione dei suddetti minerali. Tale estrazione ha però un alto costo ambientale, del quale né i militari né i cinesi che li appoggiano si curano molto.

Occorre rammentare che la stessa Repubblica Popolare possiede i maggiori giacimenti al mondo di “terre rare”. Per esempio nella Mongolia interna, regione autonoma della Cina, e nello Jangxi, dove anni di estrazione intensa hanno causato noti disastri ambientali.

Dopo aver capito che la situazione in patria non era più sostenibile, la dirigenza di Pechino ha quindi deciso di sfruttare i giacimenti del Myanmar, approfittando del fatto che l’appoggio cinese è indispensabile per la stessa sopravvivenza del potere militare birmano. I danni ecologici ed ambientali vengono quindi semplicemente trasferiti nella nazione confinante, senza che la popolazione locale possa opporsi in modo efficace visto il controllo pervasivo praticato dai militari.

I problemi ecologici della Cina vengono dunque risolti trasferendo le attività inquinanti nel Myanmar. Paese peraltro molto povero, nel quale l’epidemia di Covid 19 ha fatto crollare l’industria turistica, una delle fonti principali di entrate economiche. Non solo. Con tale strategia Pechino distoglie l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale dai suoi problemi ambientali, contando sul fatto che tale attenzione è molto meno viva per quanto riguarda il Myanmar.

Si può anche osservare, con una buona dose di ironia, che il governo cinese ha adottato alcuni anni orsono delle nuove normative ambientali che rendono meno redditizia l’estrazione nella Repubblica Popolare. Il tutto è facilitato dal fatto che i maggiori giacimenti del Myanmar si trovano nelle aree settentrionali di Pangwa e della regione di Kachin, entrambe proprio a ridosso del confine con la Cina.

Dulcis in fundo, l’operazione consente ai cinesi di aumentare ulteriormente il loro predominio nel campo delle “terre rare”. Se si pensa che proprio dai giacimenti birmani proviene gran parte dei materiali necessari per far funzionare un’automobile elettrica o una turbina eolica, il quadro è completo. Anche la tanto decantata transizione “green”, dunque, ha dei costi ambientali molto alti. Senza che Greta Thunberg e i suoi seguaci se ne rendano ben conto.

La suddetta transizione “green”, insomma, sta ulteriormente aumentando la dipendenza occidentale dall’attività estrattiva asiatica. Senza scordare che Taiwan è il maggiore esportatore mondiale di microprocessori. Se Xi Jinping riuscirà ad annettere anche l’isola, la Repubblica Popolare godrà di una sorta di monopolio in questo settore strategico, condannando l’Occidente a una condizione di dipendenza permanente.

Fonte: Articolo di Rina Brundu del 16/05/22

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