Aung San Suu Kyi di nuovo in tribunale

Un tribunale del Myanmar ha stabilito, il 21 settembre, che i pubblici ministeri hanno presentato prove sufficienti contro la leader del governo civile deposto dai militari del Myanmar, Aung San Suu Kyi, e due dei suoi alleati politici, l’ex vicepresidente Win Myint e l’ex sindaco di Naypyidaw Myo Aung, affinché il loro processo continui con l’accusa di istigazione.

Un tribunale speciale della capitale, Naypyidaw, sta ascoltando varie accuse presentate contro la donna e diversi suoi collaboratori dai militari. Tra queste vi è quella di incitamento alla diffusione di informazioni false o provocatorie che potrebbero danneggiare l’ordine pubblico. Il reato è punito con la reclusione fino a tre anni. Secondo la legge del Myanmar, un giudice può ordinare la fine di un processo dopo che l’accusa ha presentato il suo caso se non ha elementi a sufficienza. Se il giudice ritiene credibile il caso dell’accusa, il processo prosegue in una seconda fase in cui la difesa presenta il suo caso e viene emessa una sentenza.

Gli avvocati difensori, Kyi Win e Min Min Soe, hanno reso noto che il tribunale ha stabilito che il processo continuerà, accusando formalmente gli imputati. Kyi Win ha detto che agli imputati è stato detto di presentare un’istanza e tutti e tre si sono dichiarati non colpevoli. Gli avvocati difensori hanno chiesto che due testimoni dell’accusa siano richiamati per essere contro interrogati prima che la difesa presenti i suoi testimoni.

Suu Kyi è sotto accusa anche in altri casi ed è stata finora sottoposta a processo per due accuse di violazione delle restrizioni sulla pandemia di coronavirus durante la campagna elettorale del 2020, importazione illegale di walkie-talkie ad uso delle sue guardie del corpo e uso non autorizzato delle radio. I sostenitori di Suu Kyi e diversi analisti hanno affermato che le accuse sono motivate politicamente e sono un tentativo di screditare la leader e legittimare la presa del potere da parte dei militari, avvenuta il primo febbraio scorso.

Suu Kyi dovrà poi affrontare anche ulteriori accuse che nono sono state portate ancora in tribunale quali accettazione di tangenti, che comporta una pena fino a 15 anni di carcere, e violazione dell’Official Secrets Act, che prevede una pena massima di 14 anni.

Il Myanmar versa in una situazione di crisi interna da quando l’Esercito ha preso il potere il primo febbraio scorso, dopo aver arrestato, nella stessa giornata, la leader del governo civile che è stato rovesciato, Aung San Suu Kyi, l’allora presidente, Win Myint, e altre figure di primo piano dell’esecutivo. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim del Paese. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali avvenute durante le elezioni dello scorso 8 novembre che avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega nazionale per la Democrazia (NDL), il partito allora al governo con a capo Aung San Suu Kyi. Tali votazioni sono state annullate e l’Esercito ha promesso nuove elezioni entro agosto 2023. Intanto, il primo agosto, è stato nominato un nuovo governo provvisorio di cui Min Aung Hlaing è primo ministro e che ha sostituito il Consiglio di amministrazione di Stato che aveva fino ad allora guidato il Paese effettuando un passaggio da un consiglio militare ad un governo transitorio.

Dal primo febbraio scorso, il Myanmar ha assisto a sconvolgimenti interni su più fronti. In primo luogo, dal 6 febbraio, sono nati sia un movimento di disobbedienza civile, con il quale molti dipendenti pubblici hanno lasciato il proprio impiego, sia proteste della popolazione, che l’Esercito ha represso con la violenza. Sarebbero oltre 1.000 le persone morte negli scontri. In secondo luogo, l’Esercito ha ripreso a combattere contro diverse milizie etniche presenti da decenni in Myanmar, le quali si sono avvicinate ai manifestanti fornendo loro anche addestramento militare. I combattimenti nelle aree periferiche del Paese stanno generando centinaia di migliaia di sfollati e si teme per la loro dispersione anche oltre ai confini birmani. Infine, il 16 aprile scorso, più membri del Parlamento birmano deposti, alcuni leader delle proteste e altri rappresentanti di alcune minoranze etniche del Paese hanno istituito un governo di unità nazionale (GUN), che, dal 5 maggio scorso, ha un corpo armato noto come Forza di difesa del popolo. Il GUN e le sue milizie sono stati classificati come un gruppo terroristico l’8 maggio scorso.

Il 7 settembre, il presidente ad interim del GUN, Duwa Lashi La, ha affermato che il suo governo sta dichiarando lo stato di emergenza e ha lanciato una “guerra difensiva”. Duwa Lashi La ha chiesto una “rivolta contro “il governo dei terroristi militari guidati da Min Aung Hlaing in ogni angolo del Paese”.

Fonte: Articolo di Camilla Canestri el 21/09/21 Sicurezza Internazionale; foto di La Stampa

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