Uno scam center tra Tailandia e Cambogia

Il fotografo Sakchai Lalit di Associated Press ha potuto visitare un centro di una “scam city” sul confine tra Thailandia e Cambogia, ossia una “città della truffa” in cui migliaia di persone immigrate vivono in condizioni di semi-schiavitù e sono sfruttate per compiere frodi online. Le città della truffa sono solitamente inaccessibili ed è molto raro che i giornalisti stranieri possano entrarvi.

Mostrano i dormitori in cui vivono i lavoratori. Qualcuno lo fa volontariamente, ma quasi tutti sono attirati da falsi annunci di lavoro, poi privati del passaporto e del telefono e rinchiusi nei centri. Molti hanno raccontato di violenze, torture e omicidi. Chi ci finisce non può andarsene se non dopo aver raggiunto determinati obiettivi; chi non ci riesce viene picchiato, messo in celle buie, torturato con scariche elettriche.
Le foto mostrano anche le postazioni di lavoro. Ci sono tavoli con cabine insonorizzate per le truffe telefoniche in cui l’esercito thailandese ha riferito di avere trovato fogli con copioni prestabiliti in varie lingue.
I soldati hanno trovato anche uniformi della polizia di vari paesi, tra cui Cina, Australia, India, Indonesia e Vietnam: servivano a impersonare agenti per minacciare più credibilmente le persone raggirate o per girare video fasulli. A questo scopo c’erano anche set fasulli, con fondali che imitavano centrali di polizia dei paesi di cui sono state rinvenute le uniformi, e la replica della filiale di una banca vietnamita.
Le scam cities sono costruite e gestite principalmente dalla mafia cinese, con la collaborazione o il beneplacito di chi controlla il territorio, e sono sempre più diffuse anche fuori dall’Asia.
La Thailandia ha avuto spesso un atteggiamento ambivalente, ma ormai sembra ritenere che la pubblicità negativa di questi centri illegali sul confine danneggi l’importante settore del turismo. Il governo thailandese ha più volte scollegato le scam cities dalle sue reti elettriche e internet, tagliato i rifornimenti di carburante e condotto periodiche operazioni per liberare i lavoratori (7mila in una delle principali, lo scorso febbraio).
Fonti: Articolo e foto del 03/02/26 de Il Post.