La tregua in Cambogia

Bangkok – Il confine è lontano, la guerra no, nonostante la dichiarata “tregua”. A Bangkok, come a Chiang Mai o nelle altre città distanti dai combattimenti, ogni nuova notizia su droni, cessate il fuoco e accuse di violazioni sembra lanciata nel nulla. I turisti cincischiano, come sempre, come ogni anno. Sembrano ignorare la guerra così vicina. I tailandesi trasformano ogni notizia in inquietudine, in discussioni al bar, al mercato.

Dopo settimane di scontri che hanno portato il bilancio dei morti oltre la centinaia – con almeno 101 vittime tra militari e civili secondo le agenzie internazionali – e oltre mezzo milione di persone costrette ad abbandonare le proprie case da entrambe le parti, Thailandia e Cambogia hanno siglato la nuova tregua il 27 dicembre scorso. L’hanno dichiarata “immediata” e destinata a fermare ogni azione militare ai confini contesi. Il testo concordato prevede il blocco delle manovre delle truppe, l’impegno per il disinnesco di mine e il rilascio di prigionieri di guerra una volta rispettate 72 ore senza violazioni.

Parole non troppo diverse da quelle usate lo scorso ottobre, per la tregua finita nel nulla a dicembre. Così, la gente non ci crede, diffida, a Bangkok, come nei villaggi di frontiera. Il cessate il fuoco viene percepito come fragile. E, infatti, nelle ultime ore l’esercito di Bangkok ha infatti accusato la Cambogia di aver violato gli impegni. Oltre 250 droni sarebbero entrati nello spazio aereo tailandese. Phnom Penh minimizza, ma non smentisce. Parla di “episodi marginali”, definiti “piccola questione” dai diplomatici cambogiani.

Questa ambiguità ha rallentato il rilascio dei 18 soldati cambogiani catturati mesi fa, che alla fine sono stati liberati nei giorni scorsi, ma non senza tensioni e ritardi causati proprio dalle accuse incrociate sulla tregua. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha supervisionato la consegna al valico di frontiera. Un evento salutato come “gesto di umanità”, ma accompagnato da commenti preoccupati sulle condizioni di sicurezza nella zona.

Tutto viene raccontato su giornali e tv. Le televisioni sono accese nei bar, nei locali. I turisti guardano distratti. I tailandesi no. Nei quartieri centrali di Bangkok, sui cellulari scorrono i video con i colpi di artiglieria. In periferia, invece, ci sono i racconti dei profughi arrivati in città. Per molti – lo dicono a mezza voce – la guerra è un tormentone di notizie contrastanti: il governo parla di “diritto sovrano da difendere”, l’esercito sottolinea ogni violazione come pretesto per ritirarsi dagli impegni presi dai diplomatici e tutto sembra dover ricominciare, sempre, ogni giorno.

Intanto, i commentatori locali accusano i media internazionali di “gonfiare” la portata degli scontri, allo scopo di creare “drammi mediatici”. Come se la guerra non fosse un dramma. Nel frattempo, nelle chat di gruppi cittadini ci sono post che oscillano tra l’appello alla pace e l’istinto nazionalista. Si passa dal: “Non possiamo cedere un millimetro di terra” al “Basta con le armi, pensiamo alle famiglie sfollate”.

Proprio le organizzazioni pacifiste e i gruppi civili a Bangkok cercano di farsi sentire. Anche il giorno di Natale hanno organizzato piccoli sit-in davanti ai ministeri. Nei giorni successivi, ci sono state petizioni online e inviti alle autorità a favorire il dialogo diplomatico. Alcuni studenti universitari hanno mostrato cartelli con la scritta “Stop the Drones”, ricordando che i civili tailandesi e cambogiani sono tra i più colpiti, non solo dai bombardamenti, ma dalla paura e dal dramma della fuga, dello spostamento forzato. Non è raro vedere nei social foto di famiglie con bambini appena arrivate da Sisaket o Ubon Ratchathani, che chiedono supporto e raccontano di notti insonni in rifugi improvvisati.

La comunità internazionale continua a sollecitare una pace duratura. La Cina – che ha forti interessi con entrambi i Paesi – continua ad offrirsi come mediatrice, con quello che Pechino definisce “l’approccio asiatico” alla risoluzione dei conflitti, basato su dialogo e non sullo scontro. Ma qui a Bangkok, in mezzo al traffico e agli schermi luminosi dei telegiornali, la sensazione di molti, se non di tutti, è che la tregua per ora regga, ma sia sottile. Sottile come ghiaccio e come il ghiaccio pronta a incrinarsi con il cambio del vento.